Ermes Ronchi Commento al Vangelo del 18 gennaio 2015

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Dio non chiede sacrifici ma sacrifica se stesso
 
II Domenica Tempo Ordinario Anno B

 

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Un Vangelo che profuma di libertà, di spazi e cuori aperti. Due discepoli lasciano il vecchio maestro e si mettono in cammino dietro a un giovane rabbi di cui ignorano tutto, tranne una definizione folgorante: ecco l’agnello di Dio, ecco l’animale dei sacrifici, immolato presso gli altari, l’ultimo ucciso perché nessuno sia più ucciso.
In tutte le religioni il sacrificio consiste nell’offrire qualcosa in cambio del favore divino. Con Gesù questo baratto è capovolto: Dio non chiede più agnelli in sacrificio, è Lui che si fa agnello, e sacrifica se stesso; non spezza nessuno, spezza se stesso; non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue.
Ecco colui che toglie i peccati del mondo. Il peccato del mondo non è la cattiveria: l’uomo è fragile, ma non è cattivo; si inganna facilmente, il peccatore è un ingannato: alle strade che il vangelo propone ne preferisce altre che crede più plausibili, più intelligenti, o più felici. Togliere il peccato del mondo è guarire da quel deficit d’amore e di sapienza che fa povera
la vita.
Gesù si voltò e disse loro: che cosa cercate? Le prime parole lungo il fiume sono del tutto simili alle prime parole del Risorto nel giardino: Donna, chi cerchi? Due domande in cui troviamo la definizione stessa dell’uomo: un essere di ricerca, con un punto di domanda piantato in fondo al cuore. Ed è attraverso le domande del cuore che Dio ci educa alla fede: «trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno» (Giovanni Crisostomo).
Infatti la prima cosa che Gesù chiede ai primi discepoli non è obbedienza o adesione, osservanza di regole o nuove formule di preghiera. Ciò che lui domanda è un viaggio verso il luogo del cuore, rientrare al centro di se stessi, incontrare il desiderio che abita le profondità della vita: che cosa cercate?
Gesù, maestro del desiderio, fa capire che a noi manca qualcosa, che una assenza brucia: che cosa ti manca? Manca salute, gioia, denaro, tempo per vivere, amore, senso della vita? Qualcosa manca, ed è per questo vuoto da colmare che ogni figlio prodigo si rimette in cammino verso casa. L’assenza è diventata la nostra energia vitale: «vi auguro la gioia impenitente di avere amato quelle assenze che ci fanno vivere» (Rilke).
Il Maestro del desiderio insegna desideri più alti delle cose. Tutto intorno a noi grida: accontentati. Invece il vangelo, sempre controcorrente, ripete: Beati gli affamati, beati voi quando vi sentite insoddisfatti: diverrete cercatori di tesori, mercanti di perle. Gesù conduce i suoi dal superfluo all’essenziale. E le cose essenziali sono così poche, ad esse si arriva solo attraverso la chiave del cuore.
(Letture: 1 Samuele 3,3-10.19; Salmo 39; 1 Corinzi 6,13-15.17-20; Giovanni 1,35-42)

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