2014: Novena a Santa Teresa (7)

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VII GIORNO 

Sostenetemi con i fiori, fortifica­temi con i pomi, perché io lan­guisco di amore.

Che divino linguaggio per questo mio argomento!
Ecché, santa donna, vi fa dunque morire la dolcezza? Alle volte infatti, come io stessa ho sentito dire, la soa­vità è così intensa che l’anima si liquefà, e sembra proprio che non possa più vivere. E voi allora chiedete dei fiori? Ma quali fiori chiedete? Per il vostro male non son essi un rimedio, a meno che non li chiediate per morire del tutto, come veramente si desidera quando l’anima è giunta a questo staio.
Eppure non è questo che la sposa intende, perché dice: Sostenetemi con i fiori. E domandare di essere sostenuta non mi sembra che sia chiedere di morire, ma piuttosto di vivere, onde lavorare alquanto per Colui a cui si sente obbligata.
Non pensate, figliuole, che sia esagerato affermare che l’anima sta morendo. Così è realmente, perché come vi ho già detto, l’amore opera alle volte con tale violenza da impadronirsi di tutte le forze naturali.
Conosco una persona che essendo una volta in questa orazione, udì cantare una bella voce. Assicura che per l’ec­cesso della gioia e della soavità di cui si sentì da Dio inon­data, le sembrò che l’anima stesse per separarsi dal corpo, come realmente sarebbe avvenuto, se quel canto non fosse cessato. Buon per lei che il Signore dispose che cessasse, perché ella da parte sua, trovandosi in quello stato, avrebbe ben potuto morire, ma non mai dire una parola per far sospendere il canto.
Infatti il suo esteriore giaceva in com­pleta impotenza e immobilità, capiva il rischio in cui era, ma pareva come uno profondamente addormentato che sogna di trovarsi in un pericolo: vuole allontanarsi, ma, no­nostante i suoi sforzi, non riesce a parlare.
Tuttavia l’anima non vorrebbe uscire da quello stato. La morte non le sarebbe penosa, anzi molto gradita, e non fa che bramarla. Come sarebbe felice di morire per la forza di tanto amore! Ma di quando in quando il Si­gnore le invia la sua luce per farle conoscere che le con­viene vivere. Ed ella allora, vedendo che la sua naturale debolezza non può a lungo resistere sotto l’eccesso di quel gaudio, ne domanda un altro che la sottragga a quello, e dice: Sostenetemi con i fiori.
Questi fiori hanno un profumo ben diverso da quelli che odoriamo quaggiù. E con essi la sposa chiede di far grandi cose in servizio di Dio e del prossimo, rinunciando volentieri a quelle delizie e soavità pur di esserne esaudita.
Vero è che con questo sembra che ne venga quasi a scapitare, per il fatto che la sua domanda risente più della vita attiva che della contemplativa; ma qui Marta e Maria van quasi sempre d’accordo, perché l’in tenore opera sull’esteriore e su quanto ad esso si riferisce. Le opere este­riori che procedono da questa radice sono fiori ammirabili e profumatissimi. Sbocciando sull’albero del divino amore, perché fatte unicamente per Iddio, senza alcun interesse personale, effondono la loro fragranza in vantaggio di un gran numero di anime, fragranza duratura che si fa sentire per molto tempo e produce grandi effetti.
Voglio spiegarmi di più per farmi meglio capire.
Un oratore tiene una predica. Suo scopo è di far del bene alle anime.
Tuttavia, non è così staccato da ogni umano interesse, da non nutrire qualche desiderio dì piacere, sia per guadagnarsi stima ed onore, che per buscarsi qualche canonicato nel caso che predichi bene. E altrettanto si dica di molte altre cose che si fanno in utilità del prossimo. Con la buona intenzione, si ha pure un’attentissima preoc­cupazione di piacere e di non perdervi nulla. Si temono le persecuzioni; si cercano le grazie del re, dei grandi e del popolo: insomma, si procede con quella discrezione che il mondo tanto apprezza e che sotto il nome dì discrezione, nasconde una quantità di difetti. Piacesse a Dio che fosse vera discrezione!…
Si serve il Signore e si fa del bene anche così; ma non credo che sian questi i fiori, ossia le opere che la sposa domanda, perché ella nelle sue azioni non mira che all’onore e alla gloria di Dio. Le anime giunte a questo stato dimenticano sé stesse, come se più non esistessero. Così ho inteso di alcune, e ne sono sicura.
Non pensano se avranno da perdere o da guadagnare: unico loro scopo è di servire e contentare il Signore. Conoscendo l’amore che Egli porta ai suoi servi, rinunciano volentieri a ogni per­sonale soddisfazione, per non contentare che Lui, servendo il prossimo e annunziando alle anime, nel miglior modo possibile, le verità che fan loro del bene. Delle perdite che esse potrebbero averne, no, non si preoccupano affatto. Han­no innanzi il solo interesse del prossimo e nient’altro. Per meglio piacere a Dio, dimenticano se stesse per gli altri, pronte pure a morire, se occorre, come fecero molti mar­tiri. Le loro parole risentono di un grande amore di Dio. Nell’ebbrezza di questo vino celeste, non solo non vien loro il dubbio di esser di disgusto agli uomini, ma nem­meno se ne curano, nel caso che loro venisse. Insomma, sono anime che fanno un gran bene. (pensieri sull’amor di Dio Cap. 7, 1-5)

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