2014: Novena a Santa Teresa (5)

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V GIORNO 

Il Re m’introdusse nella cella del vino e ordinò in me la carità.

La sposa sta riposando all’ombra che ha tanto e giustamente desiderato.
Un’anima giunta a questo stato, che può altro bra­mare se non di goder sempre un tal bene? Ma se a lei sem­bra che non vi sia più nulla da desiderare, al nostro divino Re, resta da dare ancora molto. Egli anzi, trovando anime disposte, non vorrebbe far altro che donare.
Ve lo ho già detto molte volte, figliuole, e vorrei che non ve ne dimenticaste mai. Il Signore non si contenta di proporzionare i suoi doni ai nostri modesti desideri: lo ho veduto io stessa in alcune cose che un’anima comincia a domandargli. Ella non intende chiedergli che quanto crede di poter sopportare. Ma il Signore le da di meritare e di soffrire alquanto per Lui. Poi, volendola premiare del poco che ha deciso di fare, aumenta le sue forze, e le invia tante prove, persecuzioni e sofferenze che la poverina non sa più dove volgersi.
Questo è accaduto a me, quando ero ancora molto giovane. Dicevo: “Signore, io non vi domanderei tanto!… ». Ma poi Sua Maestà mi dava così gran forza e pazienza, che anche oggi mi meraviglio di aver potuto tanto soffrire.
Ora non vorrei cambiare quelle sofferenze con nessun tesoro del mondo.
Dice la sposa: Il Re m’introdusse…
Come appaga que­sto nome: Re potente, non soggetto ad alcuno, e con un regno senza fine! Quando l’anima è in questo stato, le manca poco per ben apprenderne l’eccellenza, benché sia impossibile in questa vita mortale conoscerlo com’Egli è.

Dice: M’introdusse nella cella del vino e ordinò in me la carità.
Queste parole mi fan pensare che la su­blimità di questa grazia sia molto grande.
Si può dare a bere del vino in maggior o minore quan­tità; poi, da un vino buono passare a un altro migliore, e inebriare, ubriacare una persona più o meno fortemente, così delle grazie di Dio. A uno il Signore da il vino della divozione in poca quantità, a un altro ne da di più, e a un terzo in tal maniera da cominciare a trarlo fuori di sé, dalla sua sensualità e da tutte le cose del mondo. Ad alcuni da gran fervore nel suo servizio; ad altri da impeti, e ad altri, amore del prossimo sì ardente da non far ad essi sen­tire, tanto ne sono accesi, le fatiche che ne devono sostenere.
Tuttavia, le parole della sposa indicano una mi­sura assai più grande.
Dice che è stata introdotta nella stessa cantina affin­ché vi si arricchisse senza alcuna misura. Sembra che il re non voglia nulla sottrarle, ma che beva quanto vuole e si inebri pienamente, attingendo a tutte le diverse qualità di vino di cui abbonda quella celeste cantina. Ne goda tutte le delizie, ne ammiri tutte le grandezze, né mai tema di perdervi la vita bevendo in sì gran copia, da superare la debolezza umana. Muoia pure in quel paradiso di delizie! Morte avventurata quella che così fa vivete!… Si, può av­venire anche questo. Sono così grandi le meraviglie che al­lora l’anima comprende, sia pure non conoscendone il modo, che ne rimane come alienata: cosa che ci fa conoscere con le parole;
Ordinò in me la carità.

Oh, parole che l’anima così favorita non dovrebbe mai dimenticare! Oh, grazia sovrana a cui non si può affatto pervenire se il Signore non ce ne renda capaci! Vero è che l’anima non si sente sveglia neppure per amare; ma bene­detto il suo sonno e felice la sua ebbrezza, che obbliga lo Sposo a supplire a quanto ella non può. Egli allora, sta­bilisce in lei un ordine meraviglioso, per cui, nonostante che le potenze siano morte o addormentate, l’amore è vivo ed agisce, senza che l’anima ne sappia la maniera. Agisce anzi in tal modo che l’anima si fa un tutt’uno con lo stesso Re dell’amore, voglio dire con Dio che così dispone. E tutto in un effabile purezza, perché non vi è nulla che possa met­tervi ostacolo, non i sensi, non le potenze: intendo dire l’in­telletto e la memoria.
La volontà poi non intende se stessa.
Vado ora pensando se fra l’amore e la volontà vi sia qualche differenza. Mi pare di si, ma temo di ingannarmi. L’amore mi sembra una freccia lanciata dalla volontà. Se la volontà si è staccata da ogni cosa terrena per non attendere che a Dio, e lancia la freccia con tutta la forza dì cui è capace, la freccia va a ferire Sua Maestà, s’infigge in Dio, che è amore, e torna indietro con gli immensi van­taggi di cui parlerò più avanti.
Me ne sono informata presso alcune persone che Dio, nell’orazione ha favorite di questa grazia, voglio dire di questa santa ebbrezza, accompagnata da tale sospensione da far capire, anche dal loro esterno, che non erano in se stesse. Orbene, interrogate su quello che sentivano, erano incapaci di dirlo. No, di questa opera­zione di amore non potevano sapere, né intendere nulla. (Pensieri sull’amor di Dio Cap. 6, 1-5)

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