Epistolario Santa Teresa (33)

ALLA MADRE. MARIA DI SAN GIUSEPPE, A SIVIGLIA
Per la madre priora di Siviglia.

Gesù. La grazia dello Spirito Santo sia nell’anima di vostra reverenza, figlia mia. Mi dispiace molto che abbia tante tribolazioni e che persistano le sue febbri, ma chi aspira ad esser santa deve soffrire ben altro.
Nostro padre mi ha mandato la lettera di vostra reverenza, quella che gli ha scritto il 10 di questo mese. La mia testa è in uno stato deplorevole; per giunta, tutti questi giorni ho avuto la preoccupazione di sapere qualcosa della sua salute e di quella della madre sottopriora, la cui malattia mi affligge molto. La madre Brianda in certi momenti sta meglio, ma poi ha gravi ricadute nei suoi mali.
Quanto al male della mia testa, il miglioramento che ho è di non avvertire tanta debolezza, perché posso scrivere e lavorare più del solito, ma il rumore è sempre lo stesso e molto penoso; pertanto scrivo a voi tutte per mano altrui, tranne che si tratti di cose segrete, o di lettere da cui non posso prescindere, perché dirette a persone verso cui ho doveri da compiere.
Abbia, dun­que, pazienza, in questo come in tutto il resto.
Avevo scritto fin qui quando è arrivato mio fratello. Le si raccomanda molto. Non so se le scriverà. Io parlo di Lorenzo. Sta bene, grazie a Dio. Va a Madrid per i suoi affari. Oh, come ha sofferto dei suoi travagli! Io le assicuro che Dio vuole davvero fare di lei una gran santa. Si dia animo, perché a questo periodo ne seguirà un altro e lei si rallegrerà d’aver sofferto.
Quanto all’ingresso di quella piccola schiava, non vi si opponga in alcun modo, perché al principio, nelle fondazioni, si fanno molte cose che esulano da quel che si dovrebbe fare; con lei non c’è ragione di trattare di perfezione, ma solo curare che serva bene; il resto poco importa per una conversa, e potrà stare tutta la vita senza fare la professione, se non ha le doti necessarie per questo. Il peggio è la sorella, ma non tralasci di ricevere anche lei, e si adoperi a ottenere da Dio che sia buona.
Non opprima né l’una né l’altra con esigenze di perfezione; basta che adempiano bene l’essenziale; le devono molto, e lei le toglie da una gran difficoltà. Bisogna pur sopportare qualcosa, è sempre così dap­pertutto agli inizi, né può essere altrimenti.
Quell’altra religiosa, se è così dabbene, la prenda, perché ha bisogno d’averne molte, visto che ne muoiono parecchie. Non se ne affligga: esse se ne vanno in cielo.
Vedo già quanto le mancherà la buona sottopriora. Cercheremo di far tornare quelle di Paterna, appena gli affari saranno sistemati.
Oh, che lettera ho scritto a lei e al padre fra Gregorio! Piaccia a Dio ch’essa giunga loro. Come li tratto per il progetto del cambiamento di casa! Io non capisco come abbiano potuto dar l’avvio a un discorso di tale insensatezza.
Mi saluti il padre, tutti gli amici e le mie figlie, perché è appena arrivato mio fratello e non voglio lasciarlo ancora solo. Dio me la conservi a lungo, che la sua malattia mi affligge più d’ogni altra cosa; per carità, si abbia molti riguardi, come la mia Gabriella.
Facciano uso di lino e lasci perdere ogni rigore, in un momento di così gran bisogno. Qui la salute va male. Mi racco­mandi a tutte. Dio me la conservi, che non so come io l’ami tanto. Brianda le si raccomanda. Nonostante il suo male, mi fa molta compagnia.
Oggi è il 28 giugno.
Cerchino di farsi prestare denaro per mangiare, che poi lo restituiranno. Non restino affamate: ciò mi è di gran pena; anche qui ricorriamo a prestiti e Dio poi ci provvede di denaro.
Di vostra reverenza,

Teresa di Gesù.

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