Epistolario Santa Teresa (20)

Attraverso le lettere della s. Madre Teresa si seguono le vicende della sua vita e delle fondazioni dei suoi monasteri; si ammira la saggezza con cui segue e guida le cose, gli avvenimenti e le persone. Nella stessa lettera passa dal tono serio a quello ironico o scherzoso, ma sempre nella verità e con affetto, per questo non è mai offensivo.

ALLA MADRE MARIA BATTISTA, A VALLADOLID

La Santa scrive di notte e «molto tardi». «Poco prima di chiudere la porta-» della casa è giunta una buona notizia: è libera la nuova casa per il Carmelo sivigliano. La lettera è una specie di circolare per le priore di Valladolid, Medina e Salamanca: urge notificare loro che a Siviglia sono diminuite le tribolazioni, che l’Inquisizione ha ceduto sull’accusa di furto e che le calunniatrici hanno perduto credito. Soltanto il Gracian e Lorenzo, il fratello della Santa, continuano a soffrire: il primo perché malaticcio e impantanato nella visita; il secondo perché chiuso nel convento del Carmine per evitare il carcere. Ella sta bene («Io sto bene, anche se prima la mia salute non è stata buona»). Ha ricevuto ti consigli» preannunciati da Maria Battista e le risponde con serietà.
Siviglia, 29 aprile 1576

Gesù. La grazia dello Spirito santo sia con lei, figlia mia. Domani parte il corriere e non pensavo di scriverle, perché non avevo nulla di buono da dirle. Questa sera, poco prima che chiudessimo la porta, mi hanno mandato a dire che ora l’inquilino della casa acconsente a farci andare lì dopodomani, festa dei santi Filippo e Giacomo, e da ciò capisco che il Signore comincia ormai a voler mitigare i nostri travagli.
Mandi subito, se può, la presente alla madre priora di Medina, che sarà in pena per una lettera che le ho scritto, pur non essendomi dilungata ad esagerare travagli.
Sappia che dopo la fondazione di san Giuseppe, tutto è stato una sciocchezza in confronto alle sofferenze che ho avuto qui. Quando ne saranno a conoscenza, vedranno che ho ragione di dire che è per la misericordia di Dio se ne usciamo bene, e si può già constatarlo.
Sono inverosimili le ingiustizie che si compiono in questa terra, la mancanza di sincerità, le simulazioni. Le assicuro che ben a ragione ha la fama che ha. Sia benedetto il Signore che fa trarre il bene da tutto; io ho avuto una gioia singolare di vedermi fra tante prove. Se mio fratello non fosse stato qui, non si sarebbe potuto far nulla al mondo.
Egli ha sofferto molto, e senza mostrare alcuna riluttanza nello spendere denaro e sopportare tutto, tanto da farne lodare pio. Ben a ragione è amato da queste sorelle, che non hanno avuto alcun altro aiuto, ma solo un aumento di pene. Adesso vive ritirato per causa nostra, ed è stata una gran fortuna che non l’abbiano portato in carcere, che qui è un inferno, e tutto questo senza alcun rispetto della giustizia, perché esigono da noi quello che noi non dobbiamo, e di garantirsi con lui come mallevadore. È una cosa che finirà con un ricorso alla Corte, perché non c’è via di uscita; mio fratello è stato contento di soffrire qualcosa per amor di Dio.
Sta al Carmine con nostro padre, su cui i travagli piovono come grandine. Infine, io ho molto da fare per nascondergli i nostri, essendo quelli che gli hanno dato maggior tormento, e a ragione.
Perché si rendano conto di qualcosa, loro sono a conoscenza di quanto ho già scritto circa le calunnie, sparse contro di noi, da quella che se n’è andata via; ebbene, non è nulla di fronte alle accuse che ci ha poi rivolte (lo sapranno un giorno), andando al momento meno opportuno, senza una ragione, e non una volta sola, da coloro a cui ci aveva denunziato. L’abbiamo visto chiaramente dalla persona che gl’Inquisitori hanno chiamato. Di me le dico che Dio mi ha fatto una grazia, quella di sentirmi nella gioia. Pur avendo presente il gran danno che poteva seguirne per tutte le nostre case, ciò non bastava, perché la gioia superava ogni limite. Gran cosa è la sicurezza della coscienza e il sentirsi libera.
La compagna è entrata in un altro monastero. Ieri, mi hanno affermato, ch’è uscita fuor di senno, per la sola ragione d’essere andata via da qui. Guardi come son grandi i giudizi di Dio, che si fa garante della verità; pertanto ora si vedrà ch’erano tutte aberrazioni.
Ecco, per esempio, quello che diceva in giro. che legavamo le religiose per i piedi e per le mani e le fustigavamo; e Dio avesse voluto che tutte le accuse fossero state come questa.
Oltre una calunnia così grave, diceva mille altre cose, da farmi veder chiaro che il Signore voleva metterci alle strette per condurre tutto felicemente a termine, come appunto ha fatto.
Pertanto non si affliggano minimamente; spero anzi nel Signore che potremo andarcene via presto, appena le religiose si saranno trasferite nella nuova casa, perché i Francescani non si son più fatti vivi, e, se lo fanno dopo la presa di possesso, non ha più alcuna importanza.
Ci sono qui grandi anime, e questa priora ha un coraggio che mi sbalordisce, ben più grande del mio. Mi sembra, però, d’esser stata d’aiuto con la mia presenza qui, perché i colpi cadono tutti su di me. La priora è molto intelligente; le assicuro ch’è perfetta per l’Andalusia, a mio giudizio. E com’era necessario sceglierle bene per portarle qui!
Io sto bene, anche se prima la mia salute non è stata molto buona; quello sciroppo mi da la vita. Nostro padre è sempre indisposto, ma non ha febbre. Non sa di questa mia. Lo raccomandi a Dio, cui rivolga anche la preghiera di trarci fuori felicemente da tutti questi affari. Credo che lo farà. Oh, che anno ho passato qui!
Veniamo ai suoi consigli. Quanto a ciò che lei dice in principio, il «don» è un titolo attribuito nelle Indie a tutti coloro che hanno vassalli. Ma, appena i miei nipoti sono arrivati qua, io ho pregato il padre che non glielo dessero, spiegandogliene le ragioni.
Così fu fatto, e se ne stavano ormai tranquilli e modesti, quando sono venuti Giovanni de Ovalle e mia sorella, per i quali non ci sono state ragioni sufficienti (non so se era per confermare il «don» del loro figlio), e siccome mio fratello allora non era qui, essendo rimasto assente a lungo, né io mi trovavo con loro, al suo arrivo gliene hanno dette tante che non è giovato a nulla quanto ^i ero sforzata di far intendere.
È vero, ad Avila non si sente ormai altro, ed è una vergogna. Certo, la cosa mi colpisce per le conseguenze che ne vengono a loro, perché io, per me, non credo d’averci mai pensato; non si curi pertanto di ciò, che di fronte ad altre cose che si dicono di me, non ha importanza. Per amor suo, tornerò a dirlo al loro padre, ma con gli zii credo che non ci sia niente da fare, essendo ormai troppo abituati a quel titolo.
Ogni volta che lo sento, resto molto mortificata.
Per la lettera di Teresa a Padilla, non credo che abbia scritto a nessuno (tranne alla priora di Medina e a lei per far loro piacere). A Padilla mi pare che abbia inviato una volta due o tre parole. Lei è convinta ch’io sia come accecata per lei e per mio fratello, e non c’è modo di cavarglielo dalla testa. Certo, dovrei esserlo, se fossi diversa da come sono, considerando i loro meriti; ma pensi che, nonostante quello che devo a lui, mi sono rallegrata del fatto che se ne stia ritirato, il che gl’impedisce di venire spesso qui.
È vero, egli ci è un po’ d’impaccio, anche se quando gli dico di andarsene per la venuta di nostro padre o di altri, è condiscendente come un angelo.
Non ch’io non l’ami molto, l’amo, certo, ma vorrei vedermi sola. È proprio così, si pensi quel che si vuole, che la cosa ha poca importanza.
Padilla, dicendo ch’era Visitatore, deve aver scherzato.
Ormai lo conosco. Ciò malgrado, ci è di grande aiuto e gli dobbiamo molto. Nessuno è senza difetti, che vuole! Mi ha fatto molto piacere che la signora donna Maria sia contenta di quella licenza. Le dica tante cose da parte mia, perché, essendo assai tardi non le scrivo, e aggiunga che, anche se mi dispiace saperla priva della signora duchessa, vedo che il Signore vuol essere la sua sola compagnia e il suo solo conforto.
Di Avila non so più di quello che me ne scrive lei. Dio l’assista.
Mi raccomando a Casilda e a tutte loro, e massimamente al padre mio fra Domenico. Amerei molto che si astenesse dal partire per Avila fino a quando io non fossi là, ma, poiché Egli vuole che tutto sia una croce, vada pur così. Non tralasci di scrivermi. Non mandi via quella religiosa di cui mi dice tanto bene. Oh, se volesse venir qui!, perché io vorrei far venire qual-cuna da lì, se fosse possibile. Badi che ora, a mio parere, non c’è più ragione di nutrire alcuna pena, perché ritengo che tutto andrà bene.
Non dimentichi d’inviare questa lettera alla madre priora di Medina, e ch’ella la mandi alla priora di Salamanca, così che serva per tutte e tre. Dio me le renda sante.
Confesso che la gente di questo paese non è fatta per me, e che desidererei ormai vedermi nella terra promessa, se Dio vuole. Eppure, se sapessi di servirlo meglio qui, non c’è dubbio che vi resterei volentieri, benché l’abominazione dei peccati che vi si commettono sia una causa di profonda afflizione; loro ne sarebbero spaventate. Il Signore vi ponga rimedio.
Oggi è la domenica «in albis».
Di vostra reverenza,
Teresa di Gesù.
Mi raccomandi alla mia Maria della Croce e alla sottopriora. A Maria della Croce legga questa lettera. Tutte ci raccomandino a Dio.

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