Epistolario Santa Teresa (19)

Anche in questa lettera traspare tutto il cuore di s. Teresa.
Un cuore di madre verso i Padri carmelitani da lei fondati,
un cuore umile nel chiedere e perorare la loro causa presso il Padre Generale,
un cuore obbediente e sottomesso, subito pronto ad accettare le disposizioni dei Superiori, anche se causate da ingiuste accuse nei suoi riguardi.
Lei non si scusa mai, pur restando saldamente ancorata alla verità.

AL PADRE GIOVANNI BATTISTA RUBEO, A CREMONA

Si è aggravata la situazione del Carmelo andaluso e la tensione dell’Ordine. Il Gracian è tornato da Madrid a Siviglia con nuovi poteri del Nunzio. Da Piacenza sono arrivati i capitolari castigliani e andalusi, uno dei quali ha notificato alla Santa le decisioni del Capitolo relative alla sua persona, che però erano già pervenute alle sue orecchie, deformate e manipolate. In Avila, fra Giovanni della Croce è stato vittima di un primo tentativo di cattura. Ella ha scritto alcune lettere al Generale, ma ignora se le abbia ricevute. Perciò torna nuovamente su quanto ha detto e accetta di nuovo il ruolo di mediatrice, dato che gli Scalzi non osano scrivere. La sua ansia è quella di rendere chiaro l’orizzonte, di ridurre la tensione e di operare perché si apra un dialogo diretto tra il Generale e il Visitatore Gracian. Chiede che si dia credito alla sua esposizione; non si azzarda a confermarla con giuramento, ma per due volte si rimette alla testimonianza di Dio (par. 2 e 17) e altre due ci lascia intravedere la sua dolorosa convinzione che il Generale ormai non fa più caso delle sue parole (par. 2, 9, 10). Anche questa volta le rimane una copia autografa della lettera.

Siviglia, gennaio-febbraio (?) 1576

Gesù. – La grazia dello Spirito Santo sia sempre con la signoria vostra, amen.
Da quando sono arrivata qui, a Siviglia, ho scritto tre o quattro volte alla signoria vostra, e poi non lo ho più fatto, perché i padri che ritornavano dal capitolo mi hanno detto che lei non sarebbe stato a Roma, dovendo recarsi a visitare i mantovani. Sia benedetto Dio che questa faccenda è finita. In quelle lettere davo anche conto alla signoria vostra dei monasteri fondati quest’anno, che sono tre: a Beas, a Caravaca e qui. In essi la signoria vostra ha suddite che sono grandi serve di Dio. I primi due dispongono di rendita, quello di qui è di povertà. Ancora non abbiamo una casa propria, ma spero nel Signore che l’avremo. Siccome sono sicura che qualcuna di queste mie lettere sarà arrivata alla signoria vostra, non le do, in questa, maggiori particolari su tutto.
Le dicevo anche quanto sia diverso parlare con questi padri Scalzi, intendo riferirmi al padre maestro Graciàn e Mariano, rispetto a ciò che là ho udito di loro, perché, certo, sono veri figli di vostra signoria, e in ciò ch’è essenziale oserei dire che nessuno di quelli che si proclamano tali, li supera. Avendomi pregata di fare da intermediaria affinchè la signoria vostra restituisse loro il favore, visto che essi non osavano più scriverle, la supplicavo di questo in tali lettere con tutto il calore possibile, e torno a supplicarla ora, per amor di nostro Signore, di farmi questa grazia e di darmi un po’ di credito, perché non v’è ragion ch’io dica se non l’intera verità; prescindendo dal fatto che riterrei come un’offesa a Dio non dirla, anche se non fosse contravvenir al rispetto di Dio, mi sembrerebbe un gran tradimento e una gran cattiveria non dirla a un padre che amo tanto.
Quando saremo alla sua presenza, la signoria vostra vedrà ciò che deve alla sua vera figlia, Teresa di Gesù. È la mia sola consolazione in tutto questo, perché mi rendo ben conto che ci deve essere chi dice il contrario; così, per quel che mi è possibile farò in modo che tutti lo vedano, intendo dire quelli che hanno imparzialità di giudizio, e lo vedranno finché avrò vita.
Ho già informato la signoria vostra della commissione che il padre Graciàn ha avuto dal Nunzio e di come ora l’abbia mandato a chiamare. Vostra signoria saprà anche che è stato incaricato nuovamente di visitare Scalzi e Scalze della provincia di Andalusia. Io so con certezza ch’egli ha rifiutato con tutte le sue forze quest’ultima commissione, anche se si dice il contrario, la verità è questa, e suo fratello, il segretario, vi si era opposto anche lui, perché non potevano derivarne se non grandi difficoltà.
Ma, essendo ormai un fatto compiuto, se questi padri mi avessero ascoltata, avrebbero agito senza farsi notare da nessuno, come tra fratelli, e perché fosse così mi sono adoperata quanto mi è stato possibile; prescindendo, infatti, dalla considerazione che ciò è giusto, da quando siamo qui, ci hanno soccorso in ogni necessità, e, come ho scritto alla signoria vostra, io trovo in questa città persone di tale pregevole intelligenza e cultura, che desidererei vivamente ce ne fossero simili ad esse nella nostra provincia di Castiglia.
Io amo sempre fare di necessità virtù, come si dice, e pertanto avrei voluto che, decidendo di resistere, considerassero se potevano averla vinta. D’altra parte non mi meraviglia che siano stanchi di tante visite e innovazioni, quante, a causa dei nostri peccati, se ne sono avute da molti anni. Piaccia al Signore che sappiamo trarne profitto, visto che Sua Maestà ci stimola e fortemente, anche se ora, siccome il Visitatore appartiene allo stesso Ordine, l’umiliazione è minore; io spero in Dio che, se la Signoria vostra favorisce questo padre in modo ch’egli capisca di essere nelle sue grazie, tutto andrà molto bene. Egli scriverà alla Signoria vostra, ed ha vivo desiderio di quanto le dico e di non dare a vostra signoria alcun dispiacere, perché si reputa suo figlio obbediente.
Ciò di cui torno a supplicarla nella presente, per amore di nostro Signore e della sua gloriosa Madre (che la signoria vostra ama tanto, quanto l’ama questo padre, che per gran devozione verso di lei entrò nel nostro Ordine), è di rispondergli, e con dolcezza, lasciandosi dietro cose passate, anche s’egli ha avuto qualche colpa, e riconoscendolo per suo proprio figlio e suddito, perché davvero lo è, come anche il povero Mariano, malgrado, a volte, le apparenze siano contrarie. Io non mi meraviglio che abbia scritto alla signoria vostra in modo diverso dalle sue intenzioni, per il fatto di non sapersi spiegare; egli confessa, infatti, di non aver mai avuto l’intenzione d’irritare la signoria vostra né con le parole né con i fatti. Il demonio, avendo tanto da guadagnare nel far sì che le cose si capiscano a suo vantaggio, deve essersi adoperato perché questi padri senza volere abbiano avuto una cattiva riuscita nei loro affari.
Ma la signoria vostra consideri che è proprio dei figli errare, e dei padri perdonare senza guardare ai loro errori. Per amor di nostro Signore supplico la signoria vostra di farmi questa grazia. Guardi che ciò conviene per molte ragioni che forse non sono così evidenti per la signoria vostra là, come lo sono per me qua, e che, anche se noi donne non siamo adatte a dare consigli, qualche volta cogliamo nel segno. Io non so che danno potrebbe venirne mentre, ripeto, i vantaggi possono essere molti; non vedo alcun male nel fatto che la signoria vostra accolga di buon animo coloro i quali ben volentieri si getterebbero ai suoi piedi se si trovassero in sua presenza, poiché Dio non manca mai di perdonare, e che si comprenda come la signoria vostra abbia piacere che la riforma sia fatta da un suddito e figlio suo, e come, in cambio di questo, lei si compiaccia di perdonarlo.
Se ci fossero molti a cui affidare tale compito!
Ma poiché, a quanto sembra, non ce ne sono con le capacità di cui dispone questo padre, di cui ritengo per certo che la signoria vostra darebbe ugual giudizio, se lo vedesse, per qual motivo lei non dovrebbe mostrare il suo piacere d’averlo per suddito e far sì che tutti si rendano conto che se questa riforma si attua compiuta¬mente, è grazie alla signoria vostra e ai suoi consigli e avverti¬menti?
E, dal momento in cui si arrivi a capire che la signoria vostra si compiace di tale attuazione, tutto si appianerà. Vorrei dire molte altre cose a questo riguardo, ma ritengo che sarà più utile supplicare nostro Signore di far comprendere alla signoria vostra quanto ciò sia conveniente, perché delle mie parole da tempo ormai la signoria vostra non fa alcun caso. Sono ben sicura, peraltro, che se in esse sbaglio, la mia volontà è priva d’errore.
Il padre Antonio di Gesù è qui, non avendo potuto evitare di venire; ciò malgrado, anch’egli ha cominciato a di¬fendersi come questi padri. Scrive alla signoria vostra; forse avrà più fortuna di me per ottenere dalla signoria vostra di credere come conviene a tutto ciò che dico. Nostro Signore vi provveda, in conformità del suo potere e in considerazione delle nostre necessità.
Sono venuta a conoscenza dell’Atto del capitolo generale che m’impone di non uscire dalla mia casa. Il padre provinciale fra Angelo lo ha mandato qui al padre Ulloa con l’ordine di notificarmelo. Egli pensava che mi avrebbe procurato molta pena, quella che avevano intenzione di causarmi questi padri nel cercar di ottenere tale ordine, e pertanto se lo teneva in serbo. Deve essere poco più di un mese ch’io ho fatto in modo che me lo desser0o, essendone stata informata da altra parte.
Davvero le assicuro, a quanto posso capire di me, che mi sarebbe di gran gioia e consolazione se la signoria vostra me lo inviasse con una lettera e io mi rendessi conto che lei, mosso a pietà per le grandi sofferenze che io, poco adatta a soffrire, ho avuto in queste fondazioni, mi ordina, in ricompensa, di riposar¬mi, perché, pur vedendo la via da cui procede tale decisione, mi ha dato un gran conforto l’idea di potermene stare tranquilla.
Poiché nutro un grande amore per la signoria vostra, non ho potuto, sensibile come sono, fare a meno di soffrire per il fatto che l’ordine veniva quasi indirizzato a persona assai disubbidiente, tanto che il padre Angelo ha potuto pubblicarlo alla Corte senza ch’io ne sapessi nulla, dando l’impressione che mi si facesse violenza; pertanto mi ha scritto che potevo sistemare la cosa indirizzandomi alla Camera del Papa, come se ciò dovesse essere un gran sollievo per me. Di sicuro, anche se non lo fosse, fare ciò che la signoria vostra mi ordina e rappresentasse per me un’e¬norme prova, non mi passerebbe per la mente di tralasciare d’obbedire, né Dio voglia mai darmi l’occasione di agire in vista della mia soddisfazione contro la volontà della signoria vostra. Posso infatti dire con assoluta verità, e nostro Signore lo sa, che se avevo un sollievo nei travagli, nelle inquietudini, nelle afflizioni e nelle mormorazioni che ho sofferto, era comprendere che adempivo la volontà della signoria vostra e che lei ne era contento; così me lo darà ora fare ciò che la signoria vostra mi ordina.
E ho voluto mettere in atto il mio proposito. Eravamo vicini a Natale, e siccome il viaggio è assai lungo, non mi hanno lasciato partire, presumendo che la volontà della signoria vostra non fosse quella di mettere a repentaglio la mia salute; pertanto sono ancora qui, anche se non ho l’intenzione di restare sempre in questa casa, ma solo fino a che passi l’inverno, perché non me la intendo con la gente dell’Andalusia.
Ciò di cui supplico viva¬mente la signoria vostra è di non trascurare di scrivermi in qualunque luogo io sia: non occupandomi più di niente, il che, certo, mi colmerà di gioia, temo, infatti, che la signoria vostra abbia a dimenticarmi, anche se io non gliene darò motivo, perché, a costo di stancare vostra signoria, non tralascerò di scriverle per mio sollievo.
Qui non si è mai creduto né si crede che il Concilio o il Mota proprio tolga ai superiori la facoltà di ordinare alle religiose di recarsi fuori per necessità richieste dal bene dell’Ordine, di cui possono presentarsi molte occasioni. Questo non lo dico per me, non essendo più buona a nulla, e non solo sono pronta a starmene in una casa dove mi è caro avere un po’ di pace e di calma, ma quand’anche si trattasse di un carcere vi resterei volentieri tutta la vita, se mi rendessi conto di soddisfare in ciò la signoria vostra; lo dico solo perché la signoria vostra non abbia scrupolo nei riguardi del passato. Quantunque, infatti, avessi le patenti, non mi recavo mai in nessun luogo per farvi una fondazione, perché è evidente che non potevo uscire per altro motivo, senza averne l’ordine scritto o l’autorizzazione del superiore. Così per Beas e Caravaca me l’ha dato il padre fra Angelo, e per venire qui il padre Graciàn (aveva allora dal Nunzio la stessa commissione che ha ora, ma non ne faceva uso), anche se il padre fra Angelo abbia detto che ero apostata e scomunicata, quando sono arrivata qui. Dio lo perdoni: la signoria vostra è testimone di quanto abbia sempre procurato che lei avesse buoni rapporti con lui e quanto abbia cercato di soddisfarlo (s’intende in cose che non potevano scontentare Dio), mentre egli non riesce mai a mostrarsi benevolo verso di me.
Gli sarebbe ben più di vantaggio se fosse così contrario a Valdemoro. Questi, come priore di Avila, ha tolto gli Scalzi dall’Incarnazione con grandissimo scandalo della città, e perciò ha ridotto quelle religiose (il cui convento era motivo di renderne lode a Dio) IN UNA TALE situazione che l’enorme inquietudine in cui vivono fa pietà; mi viene scritto che per scusare lui accusano se stesse. Ora sono tornati gli Scalzi: a quanto mi hanno scritto, il Nunzio ha ordinato che non le confessi nessun altro dei religiosi del Carmine.
Mi ha fatto gran pena l’afflizione di quelle religiose, alle quali si da soltanto il pane e, per altro verso, tanta inquietudine: mi destano proprio gran pietà. Dio vi ponga rimedio e ci conservi vostra paternità per molti anni. Mi è stato detto che oggi arriva qua il generale dei Domenicani. Se Dio mi facesse la grazia di dare alla signoria vostra l’occasione di venire! Tuttavia, d’altra parte, mi dorrebbe la sua fatica; pertanto il mio riposo dovrà rimandarsi a quell’eternità che non ha fine, quando la signoria vostra vedrà ciò che mi deve. Piaccia al Signore, per la sua misericordia, ch’io meriti di arrivarci.
Mi raccomando molto alle preghiere delle loro paternità, i reverendi padri compagni della signoria vostra. Queste suddite e figlie di vostra paternità la supplicano di dar loro la sua benedizione, e io faccio lo stesso per me.

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