Epistolario Santa Teresa

In questo ultimo anno che ormai ci separa dalla celebrazione del V centenario della nascita di s. Teresa, il prossimo 2015,
desideriamo offrirvi un assaggio del suo vastissimo epistolario,
ben 463 lettere!
Si stima che siamo solo un terzo dell’intero epistolario che in buona parte andò perduto o distrutto.

Attraverso le sue lettere si può conoscere meglio questa grande Santa che anzitutto  scrive per comunicare se stessa, la sua vita, la sua anima.
Amica della solitudine, dirà lei,
ma non meno bisognosa di «vasi comunicanti» a livello umano.
È intuitiva, dinamica, dotata di fine senso pratico, ma senza autosufficienza.
Per vivere ed agire ha bisogno del consenso altrui.
Amicizie e consultazioni; sorelle religiose e teologi letterati;
persone che hanno in comune con lei ideali e imprese.
Non ci troviamo davanti ad un epistolario dottrinale e neppure spirituale.
La premessa che regola e motiva il dialogo in ogni sua lettera è più elementare: «parliamo» della vita che viviamo.
Da questa base di vita reale, di convivenza naturale, di interessi o amore condivisi, nascono i motivi tematici.

 Cominciamo con una lettera diretta al fratello Lorenzo al quale era molto legata non solo da affetto fraterno, ma da una profonda intesa spirituale.

 A DON LORENZO DE CEPEDA, A QUITO

La Santa è fuori di convento, in casa della sua amica Donna Guiomar (Avila). Di là vigila e dirige la costruzione del suo primo monastero, bisognosa al massimo di aiuti per finanziare i lavori. All’improvviso arrivano alcuni intimi amici di Lorenzo, con lettere e denaro. Si compie alla lettera una misteriosa promessa di San Giuseppe, riferita nella sua autobiografia. Ancora emozionata, scrive in tutta fretta, prima che parta il messaggero di Lorenzo.

Avila, 23 dicembre 1561

 Gesù

Signore, lo Spirito Santo sia sempre con lei e la ricompensi della cura che si è preso di soccorrerci, e con tanta diligenza. Spero nella maestà di Dio che lei con ciò guadagni molto ai suoi occhi, perché è certo che a tutti coloro a cui ha inviato denaro, esso è giunto così a proposito, che è stato per me motivo di grande consolazione. E credo che sia stato Dio a ispirarle di mandarmi tanto denaro, perché per una povera monaca come me, che ormai, grazie a Dio, ritiene un onore andar tutta rappezzata, bastava quello che mi avevano portato Gian Pietro de Espinosa e Varrona (credo che l’altro mercante si chiami così) a trarrai d’impaccio per alcuni anni.

Ma come le ho già scritto molto a lungo, per varie ragioni e considerazioni (che non ho potuto eludere, trattandosi d’ispirazioni divine e di cui pertanto non si può parlare per lettera), sappia solo che persone sante e dotte ritengono ch’io sia in obbligo di non mostrarmi vile, e impegnarmi com’è possibile in quest’opera della fondazione di un monastero, dove il numero delle religiose deve essere solo di quindici, esclusa ogni possibilità di aumentarlo, di strettissima clausura, con divieto assoluto di uscire e di vedere alcuno senza velo sul viso, ben radicate nell’orazione e nella mortificazione, come le ho scritto più lungamente, e le scriverò ancora, servendomi, per il recapito, di Antonio Moràn, quando partirà.

Mi è in ciò di aiuto questa signora che le scrive con me, donna Guiomar. È la moglie di Francesco D’Avila, di Salobralejo, che lei forse ricorderà. Suo marito è morto nove anni fa, lasciandole un milione di rendita. Ella, oltre quello del marito, possiede un maggiorasco di suo, e benché rimasta vedova a venticinque anni, non si è risposata e si è data molto a Dio. È di grande spiritualità. Da più di quattro anni ci lega un’amicizia più stretta che se fosse mia sorella; sebbene mi aiuti molto, perché mi da una gran parte della rendita, per il momento è senza denaro, e a tutto quello che c’è da fare per l’acquisto di una casa, provvedo io, giacché, per grazia di Dio, mi sono state date due doti in anticipo e ho potuto comprarla, quantunque in segreto, ma per fare cose che sarebbero necessarie non saprei come cavarmela. Così, solo appoggiata alla fiducia che Dio (poiché vuole che faccia questo convento) mi provvederà di quanto occorre, prendo accordi con gli operai. Sembrava una follia, ma ecco che Sua Maestà le ispira di prendersi cura della cosa. Quel che più mi ha stupita è il fatto ch’io avevo un enorme bisogno dei quaranta scudi che lei ha aggiunto. Credo che San Giuseppe (giacché così si chiamerà il convento) ha voluto che l’avessimo e so che gliene darà il compenso. Infine, anche se povera e piccola, questa casa ha una bella vista sulla campagna. E questo basta.

Sono andati a Roma per le Bolle, perché, pur essendo il convento del mio stesso Ordine, ci mettiamo sotto l’obbedienza del Vescovo. Spero nel Signore che sarà per sua maggior gloria se ci fa venire a capo di quest’opera, come penso senza alcun dubbio che avverrà, perché vi entreranno anime particolarmente scelte, che bastano da sole a dare grandissimi esempi così di umiltà come di penitenza e di orazione. Loro ne raccomandino l’effettuazione a Dio, col suo aiuto, sarà già cosa fatta alla partenza di Antonio Moràn.

Egli è venuto e la sua visita mi è stata di grande consolazione (mi è sembrato un uomo leale e di qualità, assai esperto) per aver saputo tante notizie particolareggiate delle Vostre Signorie; certo, una delle grandi grazie che il Signore mi ha dato è l’aver fatto loro intendere che cosa sia il mondo, così che abbiano scelto di restare tranquilli, e il farmi vedere che seguono il cammino del cielo, cioè quanto mi auguravo maggiormente di sapere, perché finora sono vissuta sempre in ansia. Sia gloria a colui che opera tutto!

Piaccia al Signore che lei progredisca sempre al suo servizio; siccome, infatti, non c’è misura da parte sua nel ricompensare, non deve esserci sosta nel procurare di servirlo, ma bisogna avanzare ogni giorno, sia pure di poco, e con fervore, ritenendo, com’è di fatto, d’esser sempre in guerra e di non doversi trascurare fino al conseguimento della vittoria.

Tutti coloro per mezzo dei quali lei ci ha inviato denaro sono stati uomini leali, ma Antonio Moràn supera ogni altro, sia per aver meglio venduto l’oro e senza spese, come vedrà, sia per esser venuto a portarmelo da Madrid fin qui, nonostante il suo cattivo stato di salute (anche se oggi sta meglio perché si trattava di un male casuale), e vedo che le è molto affezionato. Ha portato anche i denari di Varrona, tutto con gran cura. Parimenti è venuto qui Rodriguez e ha fatto tutto assai bene. Mi servirò di lui per inviarle una lettera, perché forse partirà per primo. Antonio Moràn mi ha mostrato quella che lei gli aveva scritto. Creda che tanta sollecitudine non è solo frutto della sua virtù, ma effetto dell’ispirazione divina………..Il denaro che ha mandato è stato consegnato, come vedrà dalle lettere. Toribia era morta e anche suo marito, ma la somma è riuscita utilissima ai loro figli, che sono poveri. Le Messe si sono celebrate (alcune credo prima che arrivasse il denaro), secondo le intenzioni da lei indicate, e dalle persone migliori che ho potuto trovare, davvero eccellenti. Sono rimasta edificata dell’intenzione secondo cui le ha fatte dire.

Io mi trovo in casa della signora donna Guiomar, per trattare tutti questi affari, cosa che mi è motivo di gioia, per il fatto di stare di più con quelle persone che mi parlano di lei. E, aggiungo, con maggior agio, perché una figlia di questa signora, che è religiosa nella nostra casa, è dovuta uscirne, e il Provinciale mi ha ordinato di accompagnarla qui, dove mi sento più libera che in casa di mia sorella per tutto quello che voglio fare. È un luogo dove parliamo sempre di Dio e viviamo in un gran raccoglimento. Vi resterò sino a quando non mi si dia altro ordine, anche se ai fini delle trattative sull’affare in questione sarebbe meglio che mi fermassi qui………..Non scrivo ai signori Fernando de Ahumada e Pietro de Ahumada per mancanza di tempo; lo farò presto. Sappia che alcune persone assai buone che conoscono il nostro segreto, mi riferisco al nostro affare, hanno ritenuto un miracolo l’invio da parte sua di tanto denaro in circostanza così opportuna. Spero in Dio che, qualora abbia bisogno di qualcosa di più, ispiri al suo cuore, anche suo malgrado, di soccorrermi.

                                                         La sua serva fedelissima,
donna Teresa de Ahumada

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