Novena a s. Teresa di Gesù (8)

VIII GIORNO

Si fece tutto in segreto. Senza questa precauzione, non si sarebbe potuto far nulla, perché, come poi si vide, avevamo contrario anche il popolo…… Sistemata ogni cosa, piacque a Dio che il giorno di San Bartolomeo si procedesse alla vestizione di alcune postulanti e si collocasse il Santissimo Sacramento nella cappella: e così, con tutte le autorizzazioni e le formalità richieste veniva eretto nel 1562 il monastero del nostro gloriosissimo Padre San Giuseppe. Alla vestizione delle postulanti ero presente anch’io con due monache dell’Incarnazione che per caso si trovavano fuori di convento. La casa ove il monastero fu eretto era quella in cui stava mio cognato, il quale, come ho detto, l’aveva comperata in nome suo per meglio dissimulare la cosa. Vi ero anch’io, ma col dovuto permesso. Desiderosa di non mai mancare all’obbedienza, non facevo nulla senza il consiglio dei dotti; e vedendo essi che per più motivi la fondazione doveva essere utile a tutto l’Ordine, mi assicuravano che potevo farla, benché in segreto e all’insaputa dei miei Superiori. Se mi avessero detto che vi era anche una minima imperfezione, avrei abbandonato non uno, ma mille monasteri. E ciò senza indugio, perché sebbene desiderassi la fondazione per meglio separarmi dal mondo e conformarmi alla mia vocazione religiosa con maggiore perfezione e più stretta clausura, pure non tralasciavo di mantenermi in tali disposizioni da essere pronta ad abbandonare ogni cosa, con tutta pace e tranquillità come l’altra volta, appena avessi saputo che così avrebbe richiesto il maggior servizio di Dio…….Mi parve di essere in gloria quando vidi che si collocava il Santissimo Sacramento e si provvedeva alla vocazione di quattro povere orfanelle, accettandole senza dote. Si cercò fin da principio di ammettere persone che con i loro buoni esempi servissero di fondamento e fossero capaci di assecondare il disegno che avevamo di stabilire una vita di alta perfezione ed orazione. Quelle prime quattro erano delle vere serve di Dio, e io mi sentivo molto felice di avere istituito un’opera che sapevo di gloria a Dio e di onore all’abito della sua santissima Madre. Ché questi erano i miei desideri. Non meno godevo per aver compiuto quello che Dio mi aveva tanto raccomandato, e aver aperta in questa città una chiesa di più, intitolata al mio glorioso Padre San Giuseppe che non ne aveva. Non già che credessi d’esserne io l’autrice: non l’ho pensato allora e neppure ora lo penso, essendo convintissima che fu      tutto opera di Dio. Il poco che io ci misi fu così imperfetto che il Signore me ne deve fare non un merito, ma una colpa. Tuttavia mi consolavo grandemente nel considerare che per un’opera di così alta importanza Dio si era servito di uno strumento tanto misero, come sono io. Ero fuori di me dalla gioia, e immersa in grande orazione……Era tutto terminato da circa tre o quattro ore, quando il demonio mi assalì con il grande travaglio che ora dirò. Mi mise innanzi il dubbio di aver fatto male e di essere andata contro l’obbedienza per aver agito senza l’autorizzazione dei Provinciale. Questi inoltre si sarebbe anche dispiaciuto che io avessi messo il monastero sotto la giurisdizione dell’Ordinario senza prima fargliene parola, benché in fondo mi pareva che non gliene dovesse molto importare perché non aveva voluto approvarlo, e io dopo tutto rimanevo sempre sotto la sua obbedienza. Poi le monache sarebbero state contente di vivere in tanta austerità? Non era tutto una follia? Chi me l’aveva comandato? Non avevo io il mio monastero? E intanto io non ricordavo più nulla, non le molte raccomandazioni del Signore, non i consigli avuti, non le preghiere che duravano da quasi due anni, come se nulla fosse stato. Non mi rimaneva che il ricordo delle mie vedute personali, non più la fede, non le altre virtù che mi parevano sospese sino a mancarmi la forza di farle operare, e difendermi da tanti assalti. Il demonio inoltre mi faceva presente che in una casa così rigorosa io non potevo affatto durare, per essere piena di acciacchi. Come avrei potuto sopportare penitenze così austere venendo io da un monastero spazioso e dilettevole dove avevo tante amiche e dove mi ero sempre trovata bene? E se le nuove compagne non mi fossero piaciute?… Insomma, mi ero vincolata a tante cose che forse mi potevano essere di disperazione. Infatti, chi poteva sapere se quella impresa non me l’avesse suggerita il demonio per farmi perdere la pace e la tranquillità? E in tanto turbamento come avrei potuto darmi all’orazione? Non ero forse per mettere in pericolo la mia anima? Queste ed altre simili suggestioni il demonio mi rappresentava tutte insieme, sino ad impedirmi di pensare ad altro, con l’aggiunta di tali angosce, tenebre ed oscurità interiori che mi è impossibile descrivere. In questo stato di anima andai innanzi al santissimo Sacramento, ma senza riuscire a pregare. La mia angoscia pareva come di uno in agonia, e frattanto non osavo aprirmi con alcuno perché non avevo ancora un confessore. Come è miserabile questa vita, o mio Dio! Nessuna gioia vi è sicura, nessuna cosa senza mutamento. Un istante prima non avrei cambiato la mia gioia con alcun piacere della terra, e poco dopo non sapevo che fare per il tormento che la stessa causa di quella gioia mi procurava. Se considerassimo attentamente i casi della vita, ognuno vedrebbe per sua propria esperienza in che stima si han da tenere i piaceri e i dispiaceri di quaggiù. Quello fu uno dei momenti più dolorosi della mia vita. Pareva che il mio spirito presagisse le sofferenze che mi attendevano, benché nessuna di esse avrebbe eguagliato quella di cui parlo se fosse durata più a lungo. Ma Dio non permise che la sua povera ancella soffrisse di più. Egli che non mi ha mai abbandonata in nessuna afflizione, non mi abbandonò nemmeno in quella: mi dette un po’ di luce che mi valse a scoprire la verità e a vedere che tutto veniva dal demonio, bramoso di spaventarmi con le sue menzogne. Allora cominciai a ricordarmi delle mie grandi disposizioni di servire Iddio e dei miei desideri di patire per Lui. Se bramavo metterli in pratica, non dovevo cercare il riposo; se avevo delle croci, mi erano fonte di meriti; se dolori, dovevo accettarli per amore di Dio e mi sarebbero serviti di purgatorio. Che temevo, dunque? Se desideravo soffrire, l’occasione era molto buona, perché più grande è la contrarietà, maggiore ne è pure il merito. Perché dovevo perdermi di coraggio nel servizio di Colui a cui tanto dovevo? Con queste ed altre simili riflessioni mi feci coraggio e promisi innanzi al santissimo Sacramento di fare il possibile per ottenere il permesso di venire in questa casa e di osservarvi clausura appena l’avessi potuto in buona coscienza. Fatta questa promessa, il demonio fuggì, né più ho perduto la pace e la tranquillità di cui mi sono sentita ripiena. Dolci e leggere mi sono apparse tutte le osservanze della casa, comprese la clausura, le penitenze e ogni altra austerità, con tanta gioia e contento da venirmi talvolta di pensare cosa potrei scegliere di più dilettevole sulla terra. Non so se questo contribuisca ad aver io qui maggior salute che altrove, o se forse Dio giudicando necessario e ragionevole che segua anch’io la vita comune, mi dia la gioia di poterlo fare, sia pure a fatica: fatto sta che quanti conoscono i miei malanni non finiscono di meravigliarsi nel vedermi vivere così. Sia benedetto l’Autore di ogni bene per la cui potenza si può fare ogni cosa!………. ormai la notizia della fondazione si era sparsa in città e nel mio monastero, nel quale non è a dire il gran parlate che se ne fece per i motivi già accennati e che parevano ragionevoli. Subito la Priora m’inviò il comando di tornarmene al più presto, e io partii senza indugio appena ricevuto l’ordine, lasciando le mie monache in grande angustia. Intravedevo benissimo quello che avrei dovuto soffrire, ma siccome il monastero era fondato, poco me n’importava. Mi misi invece a pregare, supplicando Iddio a non negarmi il suo aiuto, e il mio Padre San Giuseppe a ricondurmi nella sua casa. Offrii al Signore quello che avrei dovuto soffrire e partii felicissima dell’occasione che mi si presentava di patire per Lui e per il suo servizio……… Mentre ero così afflitta, il Signore mi disse: «Non sai tu che io sono onnipotente? Di che temi?». E mi assicurò che il monastero non sarebbe stato distrutto. Queste parole mi consolarono assai. (cfr. Vita 36)

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