26 Agosto TRANSVERBERAZIONE DI S. TERESA DI GESU’

Sono passati quasi 500 anni da quando questi fatti avvennero, ma restano ancora di una freschezza e bellezza straordinari.
Sentiamo dalla viva voce della nostra Santa come sono andate le cose
e chiediamo anche noi, per sua intercessione,
un cuore ardente, generoso e capace di dono come il suo.

Mentre ero in questo stato, piacque a Dio di favorirmi a più riprese con la seguente visione. Vedevo vicino a me, al lato sinistro, un angelo in forma corporea. E’ raro che veda gli angeli in questo modo. Parecchi me ne sono apparsi, ma li ho sempre visti nella maniera che ho detto parlando della visione più sopra. Questa volta piacque al Signore di farmelo vedere così.
Non era grande, ma piccolo e molto bello, all’ardore del volto pareva uno di quegli spiriti sublimi che sembra si consumino tutti in amore, e credo si chiamino Cherubini. Essi non mi dicono mai come si chiamano; ma vi è tanta differenza tra certi angeli e certi altri, e tra l’uno e l’altro di essi, che non saprei come esprimermi. Quel Cherubino teneva in mano un lungo dardo d’oro, sulla cui punta di ferro sembrava avere un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere, che poi mi sembrava strappar fuori quando ritirava il dardo, lasciandomi avvolta in una fornace di amore. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire nei gemiti di cui ho parlato più sopra, ma insieme pure tanto dolce da impedirmi di desiderarne la fine e di cercare altro diversivo fuori che in Dio. Benché non sia un dolore fisico ma spirituale, vi partecipa un poco anche il corpo, anzi molto. Allora tra l’anima e Dio passa come un soavissimo idillio. E io prego la divina bontà di farne parte a coloro che non mi credessero.  Quando ero in questo stato andavo come fuori di me. Non volevo vedere, né parlare con alcuno, ma starmene sola con il mio tormento che mi pareva la gioia più grande di quante ve ne fossero nel creato. Questa la grazia che Dio si degnò di concedermi varie volte, prima che gli piacesse di mandarmi quei rapimenti così grandi che mi sopravvenivano anche in presenza degli altri, e contro i quali non potevo resistere, per cui cominciarono a divulgarsi con mio sommo dispiacere. Ora quel tormento si è alquanto affievolito, ma sento quell’altro di cui ho parlato più sopra – non mi ricordo bene in che capitolo – differente dal primo per vari punti e di valore assai più alto, perché appena il primo si fa sentire, il Signore rapisce l’anima e l’immerge nell’estasi, dove la gioia sovrabbonda e non vi è più pena né possibilità di patire. Sia benedetto per sempre quel Dio che ricambia con tante grazie l’ingratitudine di chi corrisponde così male ai suoi immensi benefici!  (Vita 29, 13,14)

E’ proprio dei Santi raccontare cose così sublimi con grande semplicità e scioltezza,
quasi fosse la cosa più normale del mondo, ma…..non lo è!
Sentiamo cosa dice in proposito l’altro dottore carmelitano s. Giovanni della Croce nella sua opera Fiamma d’amor viva alla strofa 2, nn 9-12.

Vi è però un’altra sublime maniera di cauterizzare l’anima in forma intellettuale. Accade così: essendo l’anima infiammata di amore di Dio, ma non così qualificata come abbiamo appena detto, benché conviene molto che lo sia per quello che qui voglio dire, si sentirà colpire da un serafino con una freccia o un dardo ardentissimo di fuoco d’amore che, trafiggendo l’anima già accesa come brace o, meglio, come fiamma, la cauterizza in modo sublime. 

Durante questa cauterizzazione, trafitta l’anima con quella saetta, immediatamente si ravviva la fiamma dell’anima innalzandosi con veemenza, come avviene in una fucina o in una fornace accese quando vi si attizza o vi si alimenta il fuoco e si ravviva e si innalza la fiamma. Così, ferita da questo dardo infiammato, l’anima sente la piaga con grandissimo diletto, perché, oltre a essere tutta sconvolta con grande soavità dal frastorno e dal moto impetuoso prodotti da quel serafino, in cui prova un grande ardore e languore d’amore, essa avverte anche la soave ferita e l’erba  in cui fu intinto il ferro, come una viva punta nella sostanza dello spirito, nel cuore dell’anima trafitto.

E di questo intimo punto della ferita, che sembra avere luogo nella metà del cuore dello spirito, ossia dove si prova il massimo del diletto, chi potrà parlarne come conviene? Poiché in quel punto l’anima avverte come un piccolo granello di senape, vivissimo e accesissimo, che irradia intorno un vivo e acceso fuoco d’amore. Questo fuoco, nascendo dalla sostanza e virtù di quel punto vivo dove è la sostanza e la proprietà dell’erba, si diffonde sottilmente attraverso tutte le vene spirituali e sostanziali dell’anima, secondo la sua potenza e forza. In questo l’anima sente prendere forza e crescere tanto l’ardore, e in questo ardore raffinarsi tanto l’amore, da sentire in lei mari di fuoco amoroso, il quale penetra dall’alto al basso l’universo, tutto inondando d’amore. Allora sembra all’anima che tutto l’universo è un mare d’amore nel quale essa è immersa, non riuscendo a vedere né il termine né la fine dove si esaurisce questo  amore, sentendo in se stessa, come abbiamo detto, il punto vivo e il centro dell’amore.

E ciò che qui gode l’anima non si può descrivere, si può solo dire che prova quanto a ragione nel Vangelo il regno dei cieli viene paragonato al granello di senape, che, per il suo grande calore, sebbene così piccolo, dà vita a un grande albero (Mt 13,31-32). L’anima si vede trasformata in un immenso fuoco d’amore che nasce da quel punto acceso del cuore dello spirito.

Poche sono le anime che giungono a questo stato, alcune però vi sono giunte, soprattutto quelle la cui virtù e il cui spirito dovevano diffondersi nella sequela dei figli, poiché Dio dona la ricchezza e il valore delle primizie dello spirito ai fondatori, secondo il maggiore o minore numero dei loro discepoli nella sua dottrina e nel suo spirito.

Ringraziamo allora il Signore per aver donato
alla nostra grande Santa Madre Teresa grazie così eccelse e sublimi
e chiediamo che anche le sue figlie di oggi e domani sappiano imitarla,
se non nelle grazie straordinarie
almeno nella grandezza del cuore per amare e servire il loro Sposo
a beneficio di tutta la Chiesa!

Questa voce è stata pubblicata in carmelitani e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.